il Caffe' di amilga



"Prima di tutto un buon caffe' e' suoni e senzazioni tattili.
Io sono la tazzina e il cavo orale, le labbra questo scritto.
La lingua, cotta, tace."

(cassiodorov)
lunedì, 05 marzo 2007

'a famigghia_


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venerdì, 05 gennaio 2007

maggio 2003, intorno al ventitre

 

TAKE-AWAY” (tre per una voce)


di Cassio, Francesco Ghezzi e Amilga Quasino

 

 



tzè-tzè-tsè!


Ne ho abbastanza dei tuoi sentimenti a metà!
(embhè, sei una sanguisuga!)

Prima mi succhi e poi mi lacrimi addosso
un euro a lacrima
è supervalutata?

E ne ho anche abbastanza di essere il terzo
- nel mentre che levo i piatti di torno
apro il rubinetto e penso
(mentre schiumo penso)-
"non parlarmi più dell'acqua mista a ruggine
che gorgoglia come sporca poesia"
(e scrivere è effettivamente
scienza idraulica per l'orgoglio delle tube,
le tue)

"da troppo tempo non mi sento amato"
(gomitoli di mesi scrivendo e chiamando invano il tuo nome)
e rivedo turni di terne
(noi tre, ma nudi davanti alla tv
che ci vedano tutti)
mentre passa un poliziesco scaduto da tempo:
luna svenata e poesia svenata rose candide
in pallido vaso d'acciaio

(entrambi, in effetti, siamo
duri a morire e duri a venire)

Facciamolo in eterno
come pesci psichici e ribollenti.

Ma Angelica sa?
Angelica è la santa fra noi
lo schizzo/ la storia/il peccato.

Trasalgo,
abbandono sul tavolo
un fiore/una lacrima/un bacio
poso tutte queste povere cose
seduto fra la polvere esausta
combusta della sera
fra la tormenta di rabbia
fiacca nella luce fioca.

 



Oceano in conchiglia e voce russa
(un'altra le fa il verso
e scampanella per la cena-
soli cibi cinesi e solo fiche a mandorla)

draghi, droghe e lanterne rosse:

dimmi dove ti piace -my darling amore mio-
(a me da dietro -e parlo a nome di tutti)
dalla schiena a cucchiaino
(per lo zucchero, poi, ci penso io).

Ma dimmi,
dimmi quand'è che smetterà di insistere,
di spingermi alle spalle questa nostra poesia,
se non riesco neppure a ripensare a quando
ancora non esistevamo noi, due più uno -tre,
e ora siam qui a fingerci eroi.

E dimmi,
dimmi quanti modi abbiamo ora di spogliarci,
noi veri protagonisti:
tu uno
ed io
nemmeno quell'uno.

Sempre nudo sto.

*

 

 

 

 


 



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 venerdì 9 giugno 2000 12.13

 

Prima di tutto un buon caffè è suoni e sensazioni tattili.

Lei tiene il caffè in un contenitore di latta a tenuta stagna che aprendolo
soffi.ah!
L'aria si smuove e l'alito raggiunge l'orecchio che però è naso. E freme;
vibrissa freme.

Dentro c'è il cucchiaino apposito. Si spoglia del caffè man mano che viene
offerto. Dona versi fintanto che ne ha. Gli ultimi danno l'eco. Poi lei gli
butta addosso una nuova cascata di polveri perché goda di tutto il godimento
in generale. E lui s'inebria e sbatte alle pareti e muore sempre.

Il filtro coi buchini è l'accoglienza. "Di più - dice- di più. Ne voglio
ancora". Se pressa non lo so, però controlla i bordi con il dito indice, che
poi annusa. A questo nessuno deve assistere. Non vuole mostrarsi mentre si
gonfia di po.e.sia.

E avvita la caffettiera sapendo perfettamente quando fermarsi. "Così mi
strozzi!" viene pensato e mai pronunciato.

"OH!", s'accende il gas: tra i suoni, il sordo veramente. S'accende da sé,
basta che lei guardi il fornello. Il suo discorso è lungo e inconcludente, è
il discorso alla cucina intera, ossia all'armamentario voluttuario. Cita e
si cita e cuoce il sederone ottagonale di Santa Moka d'Arco, la pazza, la
furiosa.

Ecco il bollore.wittgestein, di cui non si può dire. E' il "tra le dita"
delle sue parole. E' li che si trattiene l'eruzione. Ma prima, la sfilata
degli aromi, uno spettacolo per sole nari mie, ovvero i polpastrelli.
Infatti chiudo gli occhi e bevo con il cuore. Lo zucchero c'è già.

Io sono la tazzina e il cavo orale, le labbra questo scritto. La lingua,
cotta, tace.


Cassiodoro
 


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